Ho iniziato a fotografare in analogico, in bianco e nero, sviluppando i miei rullini in camera oscura. Non esisteva l'anteprima sul display, non esisteva la possibilità di scattare cento volte finché qualcosa non "veniva bene". Ogni fotogramma aveva un costo, e questo mi ha insegnato, prima ancora di premere il pulsante, a guardare.

In camera oscura ho imparato che un'immagine non è un dato che si registra, ma qualcosa che si costruisce. La luce che entra nell'ingranditore, il tempo di esposizione sulla carta, la scelta tra un contrasto duro o morbido: ogni passaggio è una decisione, non un automatismo. Quel modo di pensare per sottrazione — cosa togliere, non cosa aggiungere — è rimasto il centro del mio lavoro anche oggi, con un sensore digitale al posto della pellicola.

Guardare prima di scattare

Quando fotografo un paesaggio, mi fermo più a lungo di quanto sembri necessario. Cerco la struttura dell'immagine prima ancora della luce: dove sta la linea che regge la composizione, cosa è rumore e cosa è forma. È un'abitudine che viene direttamente dall'analogico, da quando non potevo permettermi di "sistemare dopo" — dovevo aver già deciso tutto prima dello scatto.

Panorama collinare in bianco e nero
Panorama collinare, bianco e nero — lo stesso approccio per sottrazione, oggi in digitale.

Dall'analogico al digitale, senza perdere il metodo

Oggi lavoro con una fotocamera digitale, ma il flusso mentale non è cambiato: scatto pensando già allo sviluppo, non lo lascio come un'operazione successiva e separata. Il file RAW, per me, è l'equivalente del negativo — un punto di partenza da interpretare, non un risultato finito. È lo stesso principio che applico quando trasformo un RAW in un'immagine pronta per la stampa: meno elementi, più intenzione.

Credo sia questo il motivo per cui il bianco e nero resta il linguaggio in cui mi riconosco di più: toglie il colore e lascia solo la forma, la luce e l'atmosfera. Esattamente come in camera oscura, vent'anni fa.

Vedi la galleria Black and White Torna al Journal